La generazione triste

Avere trent’anni  e non sentirli: sì, lo ammetto, mi piacerebbe!

Questa mattina riflettevo davanti allo specchio e ai primi capelli bianchi sulla generazione a cui appartengo: i trentenni (o giù di lì).

Inevitabilmente il pensiero è andato a un mio caro amico che ama definire la generazione di coloro che sono nati dopo il 1982 come la “generazione del nulla”. Il nulla inteso come il vuoto che si crea nella vita di molti ragazzi nel fatidico momento della crescita e del passaggio all’età “matura”.  Il nulla che rimane delle ambizioni e dei sogni cullati durante l’adolescenza.  Specialmente quando  le circostanze attuali alimentano esageratamente  la spirale negativa e inarrestabile della precarietà del successo, della difficoltà di ottenere un lavoro dignitoso, delle aspettative  sociali e della solitudine giovanile.

Una generazione che, stando a quanto affermato da una ricerca dell’Università di San Diego (California – USA) pubblicata sulla rivista Social Psychological and Personality Science , è triste e demotivata. Soprattutto se messa a confronto con gli adolescenti di oggi.

I ricercatori americani hanno infatti sottolineato come all’aumento della felicità nelle generazioni più giovani corrisponda un parallelo incremento della tristezza nelle fasce di età più elevate.

Gli adolescenti, custoditi dalle migliaia di possibilità offerte dai social network e dal web in generale, tendono ad avere una maggiore fiducia nel futuro e a programmare la propria vita con obiettivi di lungo termine.

Dall’altro lato invece, i trentenni appaiono maggiormente disillusi e affranti, come se le promesse di invincibilità createsi durante la loro crescita e la convinzione che ogni desiderio fosse realizzabile e a portata di mano abbiano impattato contro il muro della realtà. L’indipendenza personale tanto agognata dagli adolescenti diviene un trauma quando i trentenni si confrontano con i “costi” e le responsabilità di questa indipendenza. Lo studio evidenzia come le persone più adulte si accorgano che l’insieme di relazioni molli createsi attraverso i social network diventino sempre meno importanti e al tempo stesso assumano valore le relazioni vere, intense e durature.

Una vera e propria crisi di identità, insomma, che trasforma il disincanto in nostalgia per i tempi “che furono”.

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Sempre questa mattina e sempre davanti allo stesso specchio, ascoltavo alcuni brani di cantautori italiani della nuova onda “indie”, tra cui Brunori Sas e LA Municipal. E così mi sono accorto di quanto il tema del rimpianto della spensieratezza e dell’adolescenza sia sempre più presente all’interno di questi brani, quasi a voler dimostrare che il target generazionale a cui si rivolgono alcuni autori sia effettivamente desideroso di temi nostalgici e melanconici.

E mentre il cantautore calabrese racconta della noia causata dalle file all’Ikea o della routine lavorativa e dalla monotonia della vita che può essere sconfitta solo dalla potenza benefica dei ricordi, i fratelli pugliesi cantano nel brano George (My Ex-Penfriend) di un passato nemmeno troppo remoto pregno di nostalgia o ancora dell’ansia che sale nell’inquietudine della vita di un ragazzo di provincia in Lettere dalla provincia leccese.

E allora forse è un po’ vero. I trentenni sono tristi e sembrano sguazzare in questa condizione di eterni Peter Pan.

Tanto in fondo lo sappiamo tutti, per crescere, ci sarà ancora tempo.

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