Lo sporco Hi-tech

Se hai tra le mani uno smartphone oppure la tastiera di un PC dovresti guardare il video nell’articolo.

Uno dei paradossi dell’economia capitalista e globale è quello per cui l’utilizzatore di un bene non conosce come (e dove) lo stesso venga prodotto e il costruttore di quel bene (o un soggetto della filiera) non conosce l’utilizzo effettivo del materiale fornito o realizzato.

Un esempio assolutamente calzante è quello dei prodotti tecnologici quali smartphone, computer, fotocamere, videocamere e quello della tecnologia legata allo sviluppo di auto ibride, elettriche e alle energie rinnovabili.

Difficilmente un consumatore medio conosce tutti i materiali presenti all’interno del suo telefono. Magari nella sua mente rimane impresso solo il logo del brand con cui lo smartphone è marchiato, immaginando che quello lì sia anche il produttore materiale del bene in questione.

In realtà nell’industria elettronica, a monte del processo di assemblaggio dei dispositivi, vi è quello dell’estrazione dei materiali che occorrono per la realizzazione di alcuni componenti delle schede madre come i condensatori e dei minerali utilizzati per la costruzione di batterie.

Uno di questi è il Coltan. Tra i maggiori  Paesi estrattori di questa miscela di minerali (insieme ad Australia e Brasile) vi è la Repubblica Democratica del Congo che primeggia anche nell’estrazione di un altro elemento fondamentale per la costruzione di batterie: il cobalto. Il video del programma Nemo – Nessuno escluso evidenzia alcuni aspetti del processo estrattivo, ponendo l’accento sulle condizioni di lavoro dei minatori. Di questa testimonianza mi ha molto colpito l’affermazione di uno dei minatori che ammetteva di non sapere a cosa potesse servire il Coltan, rimanendo sorpreso nel ritrovarlo all’interno dello smartphone.

Il vero problema di questo tipo di economia rimane quello di una discrepanza tra l’enorme valore prodotto dal commercio di questo minerale e l’effettivo ritorno sui lavoratori locali. Segnale evidente che il traffico di questo materiale spesso e volentieri è controllato da signori della guerra che si arricchiscono il più delle volte con commerci illegali con i grandi produttori di tecnologie elettroniche. Di fatto non si distribuisce valore e i minatori continuano a lavorare in condizioni precarie senza la minima possibilità di migliorare il proprio tenore di vita.

A tal proposito è  utile riportare un passaggio tratto da Wikipedia

I proventi del commercio semi legale di Coltan (così come di altre risorse naturali pregiate) attuato dai movimenti di guerriglia che controllano le province orientali del Congo, alimentano la guerra civile in questi territori. Tuttavia, il fatto che gruppi armati o comunque non rappresentanti società statali e industrie, si impossessino del minerale e lo vendano con grossi introiti ad acquirenti principalmente occidentali od asiatici non costituisce di per sé un reato in nessuno dei tre stati interessati, rendendo più controversa la situazione. All’acquisto di columbo-tantalite congolese si sarebbero interessate, come intermediarie, anche organizzazioni criminali europee ed asiatiche dedite al traffico illegale di armi, che verrebbero scambiate con il minerale.

Questo minerale oggi serve per realizzare i più avanzati computer dal lato dell’hardware. Da questo la necessità di approvvigionarsi con acquisti che passano anche sopra le attività governative: esse, negli ultimi anni non riuscendo a disciplinare l’esportazione del minerale, intrapresero la linea di proibirne l’estrazione, favorendo la nascita di bande di commercianti, talvolta composte di stessi soldati dell’esercito regolare. Tutte le guerre dell’ultimo periodo del Congo sono state motivate dalla volontà di impadronirsi di questi giacimenti e di poter esercitare di fatto un monopolio sulla loro estrazione effettuata a mano da persone improvvisate, e contrabbandare, verso le frontiere dei paesi vicini, in cui non esiste controllo alla sua commercializzazione, il minerale grezzo per venderlo alle grandi industrie produttrici di componenti elettronici.

Un discorso a parte meritano invece le cosiddette “Terre rare”. Elementi studiati a partire dalla fine del diciottesimo secolo che contemplano, tra gli altri, i costosissimi disprosio, ittrio, terbio ed europio.

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Questi elementi sono diventati indispensabili nell’industria Hi-Tech che li impiega per la costruzione di batterie nelle auto ibride, negli schermi televisivi, nei cellulari così come nell’industria bellica e delle energie rinnovabili.

Le Terre rare hanno dei costi di estrazione molto elevati che portano questi elementi ad avere prezzi di mercato altissimi (si pensi che il terbio arriva a essere venduto a 18.000 euro al chilo).

Il maggiore produttore al mondo è, nemmeno a dirlo, la Cina che detiene quasi il 40% delle riserve planetarie di questi elementi, seguito a gran distanza da Brasile, Russia, Sudafrica e Australia. Il “dragone” ha investito moltissimo nell’ultimo decennio sull’estrazione di questi particolari elementi al fine di imporsi come player dominante sui mercati globali, ricoprendo un ruolo di assoluta forza nelle trattative commerciali con i Paesi occidentali, Stai Uniti compresi.

Naturalmente in reazione allo strapotere del Paese asiatico molte nazioni stanno cercando in tutti i modi di affrancarsi dall’approvvigionamento delle Terre rare cinesi spingendo la ricerca e le tecnologie estrattive ai limiti tecnologici per cercare di ridurne al minimo i costi.

Sotto il punto di vista ambientale, le ricadute dei processi estrattivi sono catastrofiche, così come accade in meccanismi simili del tutto incontrollabili. Dalla Cina non trapelano molte notizie sulle maxi cave sperdute nella provincia. Si pensi che come affermato da Francesco Panié (La nuova ecologia, Settembre 2018, n. 8, p. 12-16) ogni tonnellata di Terre rare estratta dal sottosuolo genere emissione di circa 12.000 metri cubi di polveri fra gas di scarico, acido fluoridrico, biossido di zolfo e acido solforico. Senza contare la produzione di 75 metri cubi di acque reflue e diverse tonnellate di rifiuti radioattivi.

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In questo modo ci troviamo dinanzi a un altro paradosso tutto moderno: per spingerci verso tecnologie verdi e rinnovabili stiamo continuando a inquinare, forse con un impatto maggiore rispetto al passato, a distruggere ecosistemi e aumentare i rischi sociali nelle zone di estrazione.

Infine, il ciclo dei minerali rimane aperto. Questo significa che se da un lato c’è un disequilibrio a monte del processo produttivo, dove i benefici derivanti dal commercio di questi elementi non ricadono sulla popolazione locale, anzi distruggono l’ambiente di estrazione, dall’altro lato si va incontro a un eccesso di rifiuti carichi di queste sostanze nei Paesi utilizzatori (in particolar modo nei Paesi occidentali) dove il recupero delle Terre rare è ancora bassissimo (circa l’1% del totale smaltito).

Solo qualche giorno fa la cancelliera tedesca Merkel si pronunciava a favore di una grande industria europea per la produzione in situ di batterie per le auto del futuro. Forse oggi, mai come prima, potrebbe esserci l’occasione di rivedere profondamente le possibilità di recupero di tali elementi per ridurre, anche se in maniera minima, la dipendenza di approvvigionamento dalla Cina e da altri Paesi produttori e anche per ridurre le pesantissime ricadute negative in termini sociali e ambientali.


Foto copertina: Fancycrave on Unsplash

Foto 1: Di Alchemist-hp (www.pse-mendelejew.de) – Opera propria, FAL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10793308

Foto 2:  Robin Sommer on Unsplash

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Studio Storia e Critica dell'arte e dello spettacolo, laureata in Beni artistici e dello spettacolo all'Università di Parma. Sono cresciuta a Padova ma dal 2015 vivo a Parma dove la mia passione per l'arte continua e si fortifica. Sono innamoratissima di Edoardo con cui, oltre alla nostra magica relazione, condivido la mia vita e tutte le mie passioni.

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