Il mondo ha sete di petrolio: le Tar Sands

Il mondo ha sete di petrolio e per questo l’industria dell’oro nero si adopera costantemente per trovare nuove soluzioni per l’estrazione del greggio. Le tecniche più “innovative” e rischiose sono ormai conosciute da tempo: dal fracking (fratturazione idraulica) all’horizontal drilling (il cui impatto sull’ambiente viene troppo spesso sottovalutato) al deepwater drilling (che minaccia costantemente i mari dell’intero pianeta).

In questo articolo però volevo portarvi a conoscenza di un’altra tecnica estrattiva, forse la più invasiva e dannosa nei confronti dell’ambiente, nonché estremamente costosa (se si considerano anche i costi di management ambientale che comporta): si tratta delle cosiddette tar sands (sabbie bituminose). Questi siti di estrazione sono meno noti agli europei poiché situati per lo più nel continente americano, in particolare in Canada (Paese che detiene il maggior volume di greggio estratto dalle tar sands) e in Venezuela.

Per avere un’idea del tipo di estrazione praticata in questi siti riporto la definizione che si può trovare su Wikipedia

Le sabbie bituminose sono rocce sedimentarie, con matrice terrigena formata da sabbia e argilla, le cui porosità’ sono riempite da acqua e bitume. Dalle sabbie bituminose si estrae un bitume simile al petrolio che può essere convertito in petrolio grezzo sintetico o raffinato direttamente in raffineria per ottenere i derivati del petrolio. Il bitume dalle sabbie viene estratto tramite miniere superficiali o tramite pozzi, utilizzando delle tecniche di recupero che utilizza il vapore o solventi per ridurne la viscosità.

Traducendo in semplici parole, le tar sands necessitano di tre elementi principali che ci aiutano a delineare la pericolosità delle stesse:

  • Superficie da destinare al sito estrattivo con pesanti conseguenze in termini di deforestazione e perdita di biodiversità.
  • Energia necessaria per il funzionamento degli impianti e relative emissioni di gas serra in maniera massiccia e concentrata.
  • Acqua. Tantissima acqua necessaria ai processi di raffinamento. Questo terzo punto rappresenta il più triste dell’intero sistema in quanto l’acqua, dopo aver “ripulito” le sostanze bituminose dagli elementi impuri, si carica di metalli pesanti estremamente pericolosi per la salute dell’uomo e dell’ecosistema: mercurio, cadmio, nickel, cobalto, arsenico e tanti altri sono i metalli ritrovati nei fiumi e nei laghi presenti nelle regioni con i siti di estrazione che hanno fatto impennare i nuovi casi di tumori e malattie autoimmuni nella provincia dell’Alberta.

Forse le foto pubblicate dal Guardian rappresentano in maniera più diretta quella che è la realtà del Canada e delle sue tar sands.

Per rendere l’idea ancora più chiara riporto un video di Greenpeace (ahimè in lingua inglese) che informa sull’argomento.

 

Il mondo ha sete di petrolio. Continua a bere consapevolmente il suo veleno, finché un giorno, questo stesso veleno presenterà un conto alla nostra porta e quel conto sarà estremamente salato.

3 thoughts on “Il mondo ha sete di petrolio: le Tar Sands

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