Ma tu quanta “Terra” consumi?

Se ci guardiamo intorno per un solo istante possiamo facilmente intuire che tutto ciò di cui abbiamo bisogno ci viene fornito dalla natura: l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, la benzina che fa muovere la nostra auto, la pietra che regge la nostra case e così via.

Tutto questo significa che la popolazione terrestre esprime un certo livello di “domanda” di elementi naturali. Dall’altro lato della medaglia, il pianeta Terra dispone di un determinato livello di “offerta” che è tendenzialmente fissa.

Uno dei metodi più affermati per misurare la domanda di beni naturali è l’ecological footprint (o impronta ecologica nella lingua di Dante) che valuta l’ammontare di superficie richiesta da un singolo individuo, una comunità, una città o una nazione per il proprio sostentamento.

Questa superficie, per forza di cose, deve comprendere le aree destinate a sei macro categorie:

  • Superficie dedicata alle coltivazioni.
  • Superficie dedicata al pascolo.
  • Superficie dedicata alle foreste.
  • Superficie dedicate alla pesca.
  • Superficie dedicate alle costruzioni.
  • Superficie dedicata alla CO2 (intese come le aree boschive e marine necessarie a sequestrare l’anidride carbonica emessa dai processi di utilizzo di combustibile fossile).

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Da qui ci verrebbe da pensare che il calcolo del ecological footprint medio possa essere estremamente semplice. Basterebbe dividere la superficie della Terra per il numero di abitanti e il gioco è fatto.

In realtà non è proprio così. Si deve tener conto di diversi aspetti per validare questa teoria. Innanzitutto la superficie terrestre non può essere interamente dedicata all’attività umana se vogliamo conservare la biodiversità che caratterizza i nostri ecosistemi. Inoltre, non tutte le zone della terra presentano condizioni ideali per la vita umana (pensiamo ai mari, ai poli, alle vette dei monti, ai deserti, ecc.) Infine, è importante comprendere che il beneficio che traiamo da una determinata superficie non è uguale per tutto il nostro pianeta: alcune aree possono essere più o meno fertili rispetto ad altre oppure siamo noi stessi a dare un valore differente a  una superficie se questa viene impiegata per realizzare un campo da calcio piuttosto che una sala concerti.

Per ovviare a queste problematiche, nel calcolo dell’ecological footprint la superficie utilizzata viene calcolata in ettari globali (global hectars – GHA) e l’area disponibile sul pianeta (che sarebbe l’offerta della natura) viene definita biocapacità.

Un indicatore importante è rappresentato dal fair share (quota equa), ossia dal rapporto tra biocapacità e popolazione che sta ad indicare quanti GHA “spetterebbero” ad ogni uomo sulla terra. Questo valore nel 2011 ammontava a circa 1,7 GHA per persona.

La realtà dei fatti però è ben diversa e delinea, come al solito, un quadro preciso dove le nazioni più ricche hanno un ecological footprint più elevato, come si vedrà in seguito.

Se siamo curiosi di misurare la nostra impronta, possiamo calcolare il nostro ecological footprint sul sito web http://www.footprintnetwork.org/resources/footprint-calculator/?  e sul sito del WWF.

Il secondo concetto fondamentale da comprendere è il livello di domanda che abbiamo raggiunto oggi.

I Dati del global footprint network mostrano una situazione alquanto scontata: oggi stiamo vivendo al di sopra dei mezzi del pianeta Terra.

Se la biocapacità è stata stimata intorno ai 12 miliardi di ettari, la nostra richiesta arriva a superare i 18 miliardi di ettari. Vale a dire che per sostenere il nostro stile di vita occorrano 1,5 pianeti Terra.

Il momento in cui la popolazione terrestre ha cominciato a necessitare di più di un pianeta è conosciuto come overshoot e si colloca alla metà degli anni ‘70. Per questo anno, l’overshoot day è stato individuato nel giorno 2 Agosto.

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Ma in parole povere questi dati che cosa vogliono dire?

La Terra ha bisogno di un determinato lasso di tempo per rigenerare le proprie risorse (ad esempio il tempo necessario affinché ricrescano gli alberi dopo il taglio oppure affinché i bacini idrici tornino ai livelli standard dopo l’utilizzo di acqua per scopi agricoli e industriali, ecc.) e questo tempo alla Terra non viene concesso. Ciò significa che sfruttiamo risorse prima che queste possano rigenerarsi.

Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma come facciamo a consumare più di una Terra, in termini di risorse, se ne abbiamo solo una?” Per comprendere e il concetto bisogna pensare al sistema degli sportelli bancari ove possiamo ritirare le risorse che ci servono. Quando consumiamo tutte le risorse possiamo ”andare in rosso” prendendo altro denaro in prestito. Questo ciclo, evidentemente, può essere sostenibile solo nel brevissimo periodo, dopo di che non saremo più in grado di ripagare gli interessi sul nostro scoperto.

La stessa cosa vale per la terra: se sfruttiamo in maniera eccessiva i boschi avremo come risultato la  deforestazione con tutte le conseguenze del caso. Se consumiamo risorse idriche in maniera eccessiva, prima che il ciclo dell’acqua possa concludersi, avremo siccità e salinizzazione (vedi lago d’Aral).

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I dati che vengono fuori dall’analisi dell’ecological footprint ci mettono in guardia su quello che potrebbe accadere al nostro pianeta mantenendo lo stile di vita attuale, secondo processi produttivi e consumistici definiti business as usual. Ancora più triste è però il dato che riguarda la distribuzione dell’ecological footprint, vale a dire che nazioni con un’estensione ridotta come il Belgio, ad esempio, impattano per oltre 7 GHA pro-capite quando la quota equa della propria nazione sarebbe di 1,3 GHA, mentre nello stato del Gabon questi dati viaggiano in modo inversamente proporzionale poiché l’ecological footprint si aggira intorno a 1,81 GHA mentre la quota equa è di oltre 29 GHA.

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Ciò significa che nazioni come il Belgio, devono sfruttare biocapacità di altri Paesi per sostenere la propria economia. Il Belgio emette CO2 in maniera maggiore rispetto a quanto le sue foreste potrebbero sequestrare. Il Belgio ha richieste di foraggio molto maggiori rispetto alla produzione nazionale dei propri campi. Il Belgio ha richieste di pescato molto maggiori rispetto alla propria porzione di mare.

Questo significa, ancora una volta, che il peso dei Paesi cosiddetti occidentali rappresenta, ad oggi, la porzione maggiore nella contribuzione al deperimento delle risorse naturali.

Siti come quello del footprint network aiutano a capire meglio tali dinamiche e ci forniscono preziosi suggerimenti su come poter diminuire ila nostra “impronta” sulla natura.

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