Il lavoro di domani: quale futuro?

Bill Gates ama affermare che le persone tendono a sovrastimare i mutamenti  che avverranno nei prossimi due anni, mentre sottovalutano i cambiamenti che ci saranno nei prossimi dieci anni.

Questo pensiero si accosta perfettamente al tema del lavoro e di come esso muterà nel tempo. Diviene, a mio avviso, una considerazione indispensabile per tutti i giovani che si affacciano al mondo accademico e che devono fugare i propri dubbi su quale possa essere la facoltà in grado di combinare le proprie inclinazioni con le effettive richieste del mercato del lavoro da qui a qualche anno.

Una recente ricerca del gruppo Ubs,  analizzata nell’articolo de La Repubblica “Il lavoro nel futuro: il 75% dirà addio agli uffici. La tecnologia soppianterà la metà delle professioni”, mette in luce le dinamiche di trasformazione del lavoro anche in conseguenza all’ingresso nel mondo lavorativo della generazione dei millenials, tipicamente votata all’attività tecnologica e digitale. Secondo la ricerca “Quasi la metà delle professioni attuali nelle economie avanzate sono ad alto rischio di esser sostituite dall’automazione, nei prossimi vent’anni” e i nuovi posti di lavoro saranno caratterizzati da un elemento imprescindibile: la flessibilità. Questa caratteristica sarà talmente rilevante da definire le future generazioni come Flexapreneurs. Vale a dire che i millenials si approcceranno al mercato del lavoro con la consapevolezza di poter cambiare datore di lavoro con un’elevata frequenza, di poter lavorare a casa o in qualsiasi angolo del mondo grazie ad un PC e ad una connessione internet, di estendere il proprio orario lavorativo potenzialmente a tutto l’arco della giornata. In parole povere si andrà in maniera ancora più netta verso un lavoro di tipo free lance (in Europa è cresciuto del 45%, tra il 2004 e il 2013) e per creare un matching tra domanda (o meglio competenze e professionalità) e offerta di lavoro verranno realizzati software  e app estremamente precisi e in grado di combinare le due facce del mercato in pochi secondi (e pochi clic).

Sicuramente sarà importante creare un personal-branding di impatto e in grado di inspirare fiducia. Sarà data molta importanza alle referenze e alle “recensioni” dei lavoratori e rimarrà sempre fondamentale dotarsi di competenze e capacità specifiche e dimostrabili.

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Sempre nella ricerca di Ubs si evidenzia come i millenials siano propensi a lavorare per aziende che abbiano un impatto positivo sull’ambiente o che comunque siano votate al miglioramento della società.

Ma dal punto di vista delle figure professionali richieste, in che direzione sta andando oggi il mondo?

Sono diverse le proiezioni sui lavori che nel futuro saranno destinati a scomparire perché sostituibili da robot, macchine o comunque dispositivi in grado di generare algoritmi capaci di risolvere problemi e analizzare dati in maniera più efficace e veloce di un uomo. Il sito careerrcast effettua previsioni anche sotto questo punto di vista, indicando postini, agricoltori, taglialegna, hostess, giornalisti, assicuratori ecc. come i mestieri destinati a un rapido declino.

Dobbiamo ammettere che l’impatto della tecnologia sarà impressionante e influenzerà il mondo di domani sotto due aspetti:

  • Il primo di essi riguarda la mera sostituzione del lavoro umano con un’innovazione tecnologica ( ad esempio: oggi esiste una figura che si occupa della lettura dei contatori, domani ciò sarà fatto dappertutto attraverso un sistema informatico automatizzato).
  • Il secondo invece riguarda i meccanismi di acquisto e produzione dei beni. Questo aspetto, più complesso del primo e che meriterebbe un adeguato approfondimento, si riferisce al cambiamento delle nostre abitudini. Ad esempio, la crescita esponenziale degli acquisti sul web crea una concorrenza sempre più forte rispetto ai piccoli produttori o ai dettaglianti che saranno costretti a chiudere (generando perdite di posti di lavoro di gran lunga maggiori rispetto alle nuove assunzioni dei grandi gruppi industriali che vendono sul web).

L’altro giorno, mentre ero in macchina con mio fratello, abbiamo visto passare due furgoni di un noto corriere italiano e abbiamo osservato quanto oggi il fatturato globale dei corrieri, così come la forza lavoro impiegata, siano aumentati in maniera notevole (soprattutto per quanto detto al secondo punto di cui sopra).  Detto ciò, abbiamo poi riflettuto su diversi articoli che pongono l’attenzione sulla sostituibilità dell’uomo alla guida di una vettura con un computer. Nel 2030 c’è chi ipotizza che il tasso di veicoli robot-guidati possa arrivare al 15% e c’è chi prevede che questo dato possa arrivare addirittura al 50%. Fatto sta che la figura dell’autista (corriere, autotrasportatore, tassista, conducente di autobus, ecc) oggi rappresenta in Europa uno tra i lavori con la più alta diffusione nella popolazione maschile e che nel giro di vent’anni potrebbe definitivamente sparire…ironia del destino.

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Ma lo stesso potremmo immaginarlo per molti altri mestieri: cassieri del supermercato, magazzinieri, ma anche impiegati, segretari. La nostra immaginazione potrebbe spingersi oltre e pensare ad un robot che attraverso la sola scansione del nostro occhio riesce a immagazzinare dati su eventuali patologie e a fornirci una ricetta medica.  O ancora un semplice auricolare che traduce in maniera perfetta e simultanea il discorso del nostro interlocutore cinese e che potrebbe azzerare la categoria degli interpreti. Un bot dotato di propria intelligenza che riesce a comprendere e a rispondere efficacemente alle domande poste da un cliente che chiama ad un call center.

Potremmo continuare per ore ma lasciamo quest’analisi all’interessante articolo de linkiesta.it “Ecco i lavori che l’automazione spazzerà via”  in cui si sottolinea come “In Italia il tasso di sostituzione si aggirerebbe tra il 49 e il 51 per cento. Significa che più della metà dei lavoratori italiani, circa 11 milioni di persone, potrebbero essere sostituiti da una macchina.

In conclusione possiamo soltanto pensare a come poter cambiare il mondo del lavoro e della produzione in generale. C’è chi, come il Prof. De Masi, che da anni sostiene la teoria della riduzione delle ore lavorate, arrivando oggi a promuovere la possibilità di lavorare gratis per ridistribuire il carico verso le fasce di disoccupati. C’è chi invece qualcosa già sta facendo. Si veda alla voce Olanda, uno dei Paesi europei con la più alta qualità di vita, dove la settimana lavorativa di 36 ore è già una pratica diffusa e ci si avvia verso la riduzione del monte ore a un totale di 30 per settimana.

Da qui nasce però un nuovo interrogativo: ammesso che sia possibile lavorare tutti e lavorare meno, a quanto dovrebbe ammontare lo stipendio del lavoratore che passa dalle 40 alle 30 ore settimanali? E gli stessi sarebbero disposti ad accettare un’eventuale riduzione salariale?

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

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