Ciao mamma, vado a fare il farmer in Australia!

Ieri sera stavo facendo due chiacchiere davanti una birra con un amico che a un tratto mi fa: «Quest’anno anche il mio coinquilino parte per l’Australia. Se ne va a fare il farmer». E io che l’ho visto proiettato a vendemmiare felice (?) nel Paese dei canguri, entusiasta di pubblicare il suo album fotografico su Facebook  dal titolo “La mia Australia”.

L’articolo di oggi in realtà vuole indagare sulle ragioni che spingono sempre più italiani a emigrare, magari accontentandosi di lavori come quello del farmer appunto, a decine di migliaia di chilometri da casa, quando difficilmente sarebbero disposti a fare lo stesso mestiere in Italia. Ed è facile accorgersi dell’incremento di questo fenomeno semplicemente sintonizzandoci sull’ultimo TG che riporta i dati dell’emigrazione giovanile del Belpaese.

Le testimonianze dei giovani espatriati che si trovano in rete sono numerose, come numerosi sono i siti web che mettono in contatto gli emigrati e favoriscono lo scambio di informazioni per agevolare il trasferimento all’estero e la ricerca di lavoro in un nuovo Stato.

Le motivazioni che muovono i ragazzi a prendere la decisione di emigrare sono diverse. La maggior parte dei giovani ammette di partire per cercare un lavoro che permetta loro di risparmiare denaro e creare le basi per programmare il futuro. Sicuramente un altro aspetto importante riguarda la possibilità di aumentare le conoscenze linguistiche o meglio ancora c’è chi emigra per fare un’esperienza lavorativa che sia in grado di arricchire il proprio curriculum, creando la possibilità di “vendersi” meglio una volta rientrati in Italia. C’è un’altra buona fetta di ragazzi che vuole sperimentare le sensazioni generate dall’indipendenza e dall’autonomia e prova a fuggire da uno Paese che sembra voler negare ad ogni costo un futuro alle generazioni più giovani. C’è chi ammette di voler partire semplicemente per cambiare stile di vita e per aprirsi al nuovo .

Infine c’è chi non lo ammette ma nel profondo della propria coscienza sa bene di andare all’estero per seguire la moda del momento che sembra renderci inebetiti se non possiamo vantare un’esperienza fuori dal nostro Paese con gli amici o in particolar modo sui social, dove mostrare una propria foto mentre si raccolgono broccoli dall’altro capo del globo ci fa sembrare più “fighi” e perché no, un po’ invidiati da quelli che vorrebbero sentirsi dire quanto sono “fighi” mentre fanno un lavoro che in Italia reputerebbero poco dignitoso.

Anche sul futuro e sull’eventualità di rientrare in Italia esistono diverse tendenze: tra i tanti ragazzi che partono alcuni ammettono che un’esperienza all’estero viene vista come una tappa obbligata per una formazione professionale e personale che servirà a trovare una buona occupazione una volta rientrati in Italia. Uno stage in Inghilterra o in Germania ad esempio, oltre a garantire un miglioramento delle capacità linguistiche, consente di mettere un po’ di soldi da parte, mentre tutto ciò in Italia sarebbe difficile navigando nella palude degli stage senza retribuzione. Tanti altri invece partono con un grande punto interrogativo sul proprio ritorno in Patria. Molti sono quelli che fanno rientro nello stivale solo per le vacanze estive

Ritornando al nostro amico farmer, ho cercato sul web testimonianze a riguardo e spesso, ahimè, non felici come me le aspettavo: farmer  letteralmente si traduce con agricoltore ma in realtà si legge come una figura che si avvicina di più ai raccoglitori di cotone nei campi americani prima della guerra civile.

broccoli field

Spesso e volentieri i ragazzi italiani sono assoggettati dal fenomeno dei contractor (una sorta di caporalato all’australiana) che impongono ritmi e condizioni lavorative al limite dello sfruttamento. Diverse sono le esperienze testimoniate dai nostri connazionali che dipingono la realtà australiana come difficile e spesso sopravvalutata rispetto all’immaginario collettivo dei ragazzi che sono obbligati a passare per un periodo di 88 giorni nelle farm per ottenere il secondo visto in terra australiana . Interessante al riguardo  la testimonianza riportata dall’Espresso o ancora da italiansinfuga.com.

Altrettanto significative però sono le esperienze positive di ragazzi che hanno voglia di camminare sulle proprie gambe, disposti a qualche sacrificio pur di poter guadagnare in un anno  quanto non riuscirebbero a guadagnare in Italia con il triplo del tempo come raccontato nella storia del protagonista dell’intervista su buongiornoword.com.

In conclusione i nostri connazionali oggi guardano all’estero con un approccio diverso. Chi con la consapevolezza di partire per migliore se stesso sotto diversi punti di vista, chi con la voglia di cambiare e provare nuove esperienze, chi con l’intenzione nemmeno tanto celata di “vedere come va” e poi decidere sul proprio futuro.

Detto ciò, rimane una fondamentale e triste certezza : l’Italia è un Paese fermo che guarda, senza reagire, la propria gioventù arricchire economicamente e culturalmente altre nazioni che non hanno contribuito in alcun modo alla formazione di questi ragazzi. E loro, i giovani appunto,  un domani guarderanno l’Italia con un senso di liberazione da un lato ma anche con quella malinconia tipica di chi lascia un Paese bello nei propri ricordi, quasi idealizzato rispetto a ciò che nella realtà non è. Come colui che vive una sensazione di saudade, quella che non si traduce nella lingua di Dante, una nostalgia di ciò che sarebbe potuto essere ma che di fatto non è stato.

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